11/12/2017

SIMONE LEO: BUONA LA PRIMA

Ultrabalaton,100Km del Sahara, 9 Colli, Spartathlon, Ultra Milano-Sanremo sono solo alcune delle gare che l’ultramaratoneta Simone Leo ha terminato nella sua carriera. Questa volta però ha deciso di andare oltre i suoi limiti in quella che è stata la gara più lunga e dura della sua vita: la ASA.

ASA sta per Atene-Sparta-Atene (praticamente la Spartathlon andata e ritorno) una gara di 490Km che questo straordinario atleta ha portato a termine, dopo quasi 4 interminabili giorni, in 98h e 40’.

Abbiamo deciso di farci raccontare dalla sua voce questa incredibile impresa.

“Simone, innanzitutto complimenti per questo eccezionale risultato che va al di là dell’aspetto puramente sportivo. Un anno fa hai portato a termine la tua prima Spartathlon e quest’anno hai deciso di raddoppiare la posta percorrendo anche la via del ritorno. Quando è maturata in te questa decisione?”
“Con la Spartathlon portata a termine un anno fa ho realizzato un sogno e come spesso accade, dopo che il sogno diventa realtà, è difficile trovare nuovi stimoli per ripartire. Dopo aver baciato i piedi di Re Leonida, ho realizzato che avevo già relizzato qualcosa di grande per me e per le persone che mi sono vicine e a quel punto non avevo più obiettivi. Sono stato invitato a parecchie utramaratone ma nessuna di queste era in grado di darmi quelle emozioni, fino a quando non ho incontrato un gruppo di italiani folli forse anche più di me, capitanati dal grande Julius Ianniti, che mi hanno proposto di alzare l’asticella dei miei limiti fin lì raggiunti. In che modo? Beh, con la Spartathlon ero partito da Atene per andare da Re Leonida, ora bisognava rifarlo ma con la differenza che questa volta ci sarebbe stato anche il viaggio di ritorno.”

“Da quel momento hai iniziato a concentrarti su questa impresa da portare a termine modificando anche il tuo modo di allenarti.”

“La decisione di partecipare a questa gara non è stata immediata. Ho passato mesi in cui ho pensato al da farsi, fino a quando a luglio di quest’anno, ho deciso di dire di sì. Da quel momento la mia mente era già sull’obiettivo. Io sono fatto così, appena prendo una decisione mi focalizzo immediatamente su quello che devo fare per realizzare ciò che devo raggiungere. Ho iniziato a partecipare a molte gare che mi permettessero di “macinare” chilometri dividendo il carico in due grosse ondate di lavoro. Generalmente durante la settimana correvo 100/160Km, poi nel fine settimana mi dedicavo alla corsa lunga con uscite di 6 ore trovando il giusto equilibrio all’interno del mio regime di allenamento. Andavo a “mendicare corse” accompagnando amici o partecipando a maratone per mettere chilometri nelle mie gambe.”



“Instancabile non solo dal punto di vista fisico ma anche mentale. Quando è nata questa tua passione per le ultramaratone?”
“Nella mia vita c’è stata una vera e propria escalation verso la corsa e il mondo delle ultramaratone. Non ci crederai ma io fino ad una decina di anni fa pesavo 100 chili! Ero il classico ragazzo inchiodato al divano che non sopportava quando si trovava a passare le vacanze con gli amici e qualcuno di questi si metteva a correre. Per me era una perdita di tempo. Poi in me è scattato qualcosa che mi ha fatto prendere in mano la mia vita, ho iniziato a muovere i miei primi passi correndo e nel 2009 ho corso la mia prima maratona. Mi piaceva questa follia della corsa e soprattutto mi piacevano le lunghe distanze, avevano un fascino tutto particolare. La mia prima ultra è stata la 100Km del Passatore. Più partecipavo a queste gare, più mi rendevo conto che avevo una capacità di recupero molto più alta della media e la dimostrazione l’ho avuta nel 2013 quando nel giro di una settimana sono riuscito a correre il Passatore e la Ultrabalaton. Nella seconda poi, sono stato l’unico italiano ad averla conclusa. Una soddisfazione doppia.”

“Tante gare, tante imprese e tutte portate a termine. Nel 2016 però è arrivata la soddisfazione più grande con il famoso bacio ai piedi di Re Leonida.”
“La Spartathlon è LA GARA. E’ il ricordo più bello della mia vita podistica, talmente bello che quest’anno non l’ho voluta rifare perché voglio che quell’impresa resti unica. Quel bacio ai piedi di Re Leonida è stata la chiusura di un cerchio perché ho voluto dimostrare che tutti nella vita ce la possono fare. Fino a 29 anni ero l’anti-sport, non sopportavo alcun tipo di fatica fisica e pochi anni dopo mi sono ritrovato a terminare una corsa leggendaria che, nella storia, solo 60 italiani sono stati in grado di terminare.”

“Veniamo ora alla ASA. Raccontaci questa tua grande impresa.”
“La spedizione italiana era composta da 9 atleti, tutti più o meno allo stesso livello. Purtroppo in tre si sono dovuti ritirare, la selezione che ha fatto la gara è stata davvero dura.
Molte cose per me sono state nuove, meravigliose e terribili allo stesso tempo, perché partecipare ad una gara in cui in 4 giorni dormi 3/4 ore al massimo, non lo avevo mai fatto.
La prima crisi l’ho avuta la prima notte di corsa. Nel buio delle salite mi sono ritrovato da solo (in quel tratto non potevi ancora avere il passista) nel mezzo di un nubifragio con vento, pioggia battente e tanto freddo. Mi sentivo in ostaggio e la mia testa non riusciva a dare sostegno al corpo, quando poi pensavo che era solo sabato sera e che avrei dovuto correre fino a mercoledì, tutto il malessere che provavo veniva amplificato. Sono comunque riuscito a gestirmi anche se le prime sensazioni positive le ho avute solamente dopo 200 chilometri quando ero in prossimità di Sparta. Avevo concluso un’altra Spartathlon ma questa volta, dopo il saluto a Re Leonida, mi aspettava il ritorno ad Atene.”

“Il tuo racconto ha dell’incredibile, oltre i limiti umani. La via del ritorno è stata altrettanto dura e in alcuni tratti ancora di più.”

“Sulla via del ritorno ho iniziato ad avere le allucinazioni. Il mio cervello riproduceva immagini che potevano essere per me di conforto ma che in realtà non erano vere. Vedevo panchine sulle quali volevo sedermi ma che in realtà non esistevano e addirittura ad un tratto ho visto i ragazzi e le ragazze che facevano parte del mio team di assistenza, seduti in mezzo ad un prato intorno al fuoco. Non erano reali, stavo pagando la grande crisi vissuta all’andata.
Tutti questi scherzi della mente poi erano amplificati dal fatto che la gara era stata organizzata in modo pessimo. Punti vita inesistenti, ristori in cui addirittura alcuni dei nostri si sono messi a cucinare la pasta altrimenti i concorrenti in gara non avevano di che sfamarsi, segnaletiche sbagliate con molti di noi che si sono ritrovati a correre in mezzo ai boschi, atleti costretti a procedere al buio in mezzo al traffico della tangenziale, assistenza completamente assente. E’ stata un’avventura oltre il limite sotto tutti i punti di vista.”

“Dopo crisi di freddo, allucinazioni, percorsi impervi e nessun tipo di assistenza se non quella preziosa dei propri passisti, hai visto finalmente Atene. Cos’hai provato?”
“Una grande emozione senza dubbio anche se il primo pensiero è stato “finalmente vedrò un letto!” A tre chilometri dall’arrivo la convinzione di ciò che avevo fatto e la motivazione di arrivare fino in fondo erano grandi. Avevo compiuto una impresa alla mia prima partecipazione, chiudendo in ottava posizione una traversata di 490 chilometri.”

“Cosa ti ha lasciato questa ASA?”

“Nuove motivazioni. Il prossimo anno vorrei portare a termine la Badwater e, a differenza di ciò che è successo dopo la Spartathlon, sarà interessante capire come reagirà il mio fisico quando ricomincerò a correre. Per affrontare una ultramaratona ci vogliono tantissima umiltà, tanta pazienza e costanza. Bisogna andare per gradi e allenare nel modo giusto non solo il fisico ma anche la testa e se ci sono riuscito io ce la possono fare tutti.”

“Un grande atleta e un esempio non solo dal punto di vista sportivo ma anche umano. Come faccio di solito, anche a te chiedo come vorresti intitolare questa intervista.”
“I miei amici mi chiamano “Killer” perché ho portato a termine al primo tentativo tutte le ultramaratone alle quali ho partecipato. Sono molto orgoglioso e quando preparo una competizione lo faccio perché voglio arrivare fino in fondo. Direi che per me la prima volta è sempre quella buona.”

Simone Leo, allora buona la prima!


Grazie Campione.

Written by Frank

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