04/01/2016

QUELLA STRETTA DI MANO MAI RACCONTATA

FUI SNOBBATO DA ROOSVELT NON DA HITLER

Un film racconta la verità su Jesse Owens.

In occasione dell’uscita il 31 marzo in Italia (19 febbraio negli Stati Uniti) di “Race”, il film sulla vita di Jesse Owens, realizzato in collaborazione con la figlia del campione Marlene Owens Rankin, viene scritta la versione definitiva di uno dei momenti più indimenticabili della storia dell’atletica: le quattro medaglie d’oro vinte alle Olimpiadi del 1936 nella Berlino nazista.

TRA STORIA E LEGGENDA

Lo statunitense Jesse Owens, uno dei più grandi atleti della storia mondiale, partecipò alle Olimpiadi di Berlino del 1936 vincendo la bellezza di quattro medaglie d’oro (100 metri, salto in lungo, 200 metri e staffetta 4x100) sotto gli occhi del Fuhrer. La leggenda narra che Hitler, indispettito dalla supremazia atletica di Owens rispetto agli atleti bianchi, abbandonò lo stadio rifiutandosi di rendergli omaggio. Vero è che l’allora ministro della propaganda nazista Joseph Goebbels scrisse nel suo diario “L’umanità bianca si dovrebbe vergognare” ma le cose tra l’atleta statunitense ed il cancelliere del Reich non andarono esattamente come abbiamo creduto in tutti questi anni e a rivelarlo è proprio la figlia di Owens.



UNA VERITA’ SCOMODA

“Mio padre in realtà non si è mai sentito snobbato da Hitler” dice Marlene Owens. Questo confermerebbe la versione portata avanti negli anni da Jesse Owens, narrazione però molto spesso inascoltata: “Dopo essere sceso dal podio (si parla della premiazione per la medaglia d’oro vinta nel salto in lungo contro l’atleta tedesco Luz Long), passai davanti alla tribuna d’onore per tornare negli spogliatoi. Hitler mi fissò. Si alzò e mi salutò con un cenno della mano. Io feci altrettanto rispondendo al saluto. Giornalisti e scrittori dimostrarono cattivo gusto tramandando un’ostilità che di fatto, non c’era mai stata” (tratto dall’autobiografia “The Jesse Owens Story” 1970). Qualche anno fa Siegfried Mischner, giornalista tedesco presente ai Giochi del ’36, rivelò di aver visto con i suoi occhi Hitler e Owens mentre si stringevano la mano dietro le quinte dell’Olympiastadion: “Owens aveva portato un fotografo e, dopo l’Olimpiade, chiese alla stampa di correggere un errore che si sarebbe trascinato fino ai giorni nostri. Nessuno gli diede retta” (fonte Corriere.it).

LA FERITA IN CASA

Siamo convinti che il film metterà a dura prova lo spettatore statunitense e le sue convinzioni sulla storia di Owens. Marlene Owens infatti racconta: “A conti fatti, mio padre fu profondamente ferito dal fatto che l’allora presidente americano Franklin Delano Roosvelt, non l’avesse ricevuto alla Casa Bianca.” Owens infatti si vide cancellare e mai più riprogrammare da Avery Brundage (allora presidente del Comitato olimpico statunitense e di idee filonaziste) un appuntamento da Roosevelt che, impegnato nella campagna per le elezioni presidenziali del 36, temeva la reazione degli Stati de Sud se lo avessero visto ricevere un atleta di colore. Alla fine Roosvelt fu rieletto e Owens per reazione si iscrisse tra le file dei Repubblicani supportando in campagna elettorale il candidato Alf Landon.
In un discorso a nome della Jesse Owens Foundation Marlene ha detto: “Era importante che la storia non venisse riscritta per l’ennesima volta.”

Owens è stato un grande atleta, forse il più grande di tutti i tempi per ciò che ha fatto e per ciò che ha rappresentato per intere generazioni. Dopo questa verità probabilmente lo è ancora di più perché dovette lottare non solo contro il pregiudizio ma anche contro la menzogna.
La realtà è che forse è molto più comodo per la coscienza umana ripulirsi scaricando le colpe sugli orchi già ampiamente condannati dalla storia piuttosto che fare i conti con sé stessa e le sue debolezze.

Written by Frank
BROS to RUN
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