09/01/2016

LE STORIE DEI BROS: Rita

HO VISSUTO DUE VITE, LA SECONDA E' INIZIATA QUANDO HO COMINCIATO E CORRERE

Mani di pastafrolla. Così mi chiamava l’odiata prof di ginnastica alle medie quando ci costringeva a infelici partite di pallamano. Sorvoliamo sui danni causati all’autostima ad una ragazzina insicura con poche risorse fisiche, economiche ed intellettive, una sfigatella insomma. Lo sport non era proprio nelle mie corde.
Intorno ai vent’anni ho praticato il nuoto e anche per qualche annetto a dire il vero. Però è scivolato via senza lasciare traccia.
La citazione che mi sono creata e che mi descrive è “ ho due vite, la vita precedente e la vita attuale. In mezzo la decisione di iniziare a correre”.

CON LA CORSA NEL CUORE

Avevo 32 anni quando, nel mezzo di una irrisolvibile crisi di coppia, ho iniziato a corricchiare nella zona dell’allora mia abitazione, giusto per ritardare il più possibile il rientro a casa. Mentre la storia sentimentale finiva, quella podistica era solo all’inizio. Senza nemmeno accorgermi ho sviluppato la resistenza a correre un’ora senza fermarmi, ho anche smesso di fumare perché avevo bisogno di più fiato (mica per la salute!).
Mi sono ritrovata single in un’età più vicina agli anta che agli enta e sinceramente mi sentivo ridicola ad uscire il sabato sera andando per locali frequentati da gente molto più giovane. Meglio prepararsi per la domenica mattina, quando mi alzavo presto e arrivavo alle fiasp saltellando per scaldarmi, salutando a destra e a manca i miei compagni di fatica. In quegli anni ho corso veramente tanto, condividendo questa passione con un bel gruppo di amici, cimentandomi in tutte le mezze del circondario. Anziché andare in vacanza in qualche meta turistica ho frequentato alcuni stage di corsa. Inutile dire che ero tra i fanalini di coda ma nessuno mi ha mai fatto sentire una “piedi di pastafrolla”. Avevo la corsa dentro, sapevo senza bisogno del gps quanti km avevo percorso. Pian piano si è fatta strada in me l’idea della maratona, a questo punto potevo tentare. Fatalità in quel periodo ho incontrato quello che sarebbe diventato mio marito e che mi ha aiutato negli allenamenti seguendomi in bicicletta nei lunghi oppure correndo insieme a me, tenendo i tempi delle ripetute (quanto le odio).

IL PRIMO STOP, LE DIFFICOLTA', LA RIPARTENZA. PER SEMPRE RUNNER

Alla fine di maratone ne ho corse solo due (Venezia e Roma), però vanto un discreto numero di mezze e persino due skyrace, impresa epica per una che è terrorizzata dalla montagna.
Poi, come la tartaruga di Bruno Lauzi, ho trovato il mio muro nella fascite plantare cronica, causata da problemi alle anche.
I primi tempi sconforto totale, poi mio marito mi ha ottimisticamente regalato la bici da corsa. Diciamo che la bicicletta non è proprio il mio elemento, infatti ho collezionato qualche bel capitombolo: quando mi dovevo fermare sganciavo il piede sinistro e buttavo il peso del corpo a destra. Mi sono fatta anche qualche pianto per i crampi anche se mi son tolta delle belle soddisfazioni su parecchie salite della nostra Regione.
Dopo un anno timidamente ho ripreso a correre, ma pochissimi km a uscita. Non ero più una podista, guardavo gli altri e mi sentivo esclusa. Perché se non corri sul serio non vale. E io, sul serio, probabilmente non correrò più.
Erano tante le sere in cui, dopo i primi due km, mi fermavo e camminavo chiedendomi demotivata: perché insistere? Perché non convertirsi al divano? Divento una che non fa sport e amen, ce ne sono tanti. Ho tenuto duro e ora corro circa 10/11 km a seduta (perché si chiama seduta?). Magari non mi appunterò più un pettorale ma sono anch’io parte dell’esercito dei runners. E poi mi atteggio ad esperta conoscitrice dei podisti, il mio gioco preferito è riconoscerli: quelli veloci e concentrati su una tabella, quelli che sinceramente non so come riescano a correre (per via di certe posture pesanti e trascinate), i giocatori di pallone che escono a far fiato (inconfondibili perché indossano due paia di pantaloncini), le studentesse che a maggio escono in pantajazz e a giugno non le vedi più, quelli che d’estate si vestono come a dicembre, quelli ansimanti-affaticati-incazzati e quelli che, per fare il giro dell’isolato, si portano appresso marsupi, borracce e chi più ne ha più ne metta.

L'ODORE DELLA CORSA

Io corro senza auricolari, non potrei avere nulla che mi distragga da me stessa, devo “sentire” la risposta delle mie gambe, il respiro, il piede che batte al suolo e anche le macchine visto che sono sorda come una campana. Non posso dimenticare anche un odore particolare che io chiamo “l’odore della corsa” e che mi fa venire voglia di uscire immediatamente. E’ il profumo delle foglie e della terra umide della pioggia, sarà che lo collego alle bellissime domeniche delle fiasp collinari, quando si passa in mezzo ai boschi o per le strade di campagna. Ho scoperto la mia Regione, in questo modo.
Preferisco di gran lunga l’inverno, quando esco col buio e magari quell’adorabile nebbiolina umida. L’aria fresca pulisce via i cattivi pensieri e il fatto di affrontare le intemperie mi fa sentire un’eroina, regalandomi uno stato di grazia che non svanisce con la doccia.
Sono capace di sognare, mentre vado in apnea per l’allungo degli ultimi duecento metri prima di casa, un traguardo tutto per me. Poco importa se è la fila dei cassonetti della raccolta differenziata, sono sempre la
prima della mia categoria.

Written by Rita

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