14/03/2018

INTERVISTA A SALVATORE ANTIBO

C’era un tempo in cui i più forti del mondo eravamo noi. C’era un tempo in cui l’atletica italiana faceva paura al resto del mondo e gli atleti da battere erano i nostri. C’era un tempo in cui l’Italia intera si ritrovava davanti alla tv per guardare le gesta di Gelindo Bordin, Alberto Cova, Stefano Mei, Francesco Panetta, Alessandro Lambruschini, Gennaro Di Napoli e di quello che veniva definito “l’africano bianco” Salvatore Antibo.

Argento agli Europei juniores nei 5000m (1981), Bronzo agli Europei di Stoccarda nei 10000m (1986), Argento alle Olimpiadi di Seoul nei 10000m (1988), Oro agli Europei di Spalato nei 5000m e nei 10000m (1990), unico atleta italiano ad avere vinto una gara di Coppa del Mondo, primatista italiano dei 5000 e 10000 metri, Salvatore Antibo ancora oggi suscita in tutti gli sportivi le stesse emozioni di quando correva, perché quello che ha fatto per la nostra atletica e per l’Italia, continua a vivere nel cuore di tutti gli appassionati di questo sport.

Lo abbiamo raggiunto per ricordare assieme a lui quegli anni fantastici ed indimenticabili.



Sei una leggenda vivente della nostra atletica nazionale, le tue imprese vengono ricordate ancora oggi, dopo tanti anni, con lo stesso affetto e con la stessa grande emozione di allora. Ma come è stato il primo impatto di Salvatore Antibo con il mondo dell’atletica?
“Ti dico una cosa che ti sorprenderà. A me l’atletica proprio non piaceva. Da ragazzo giocavo a calcio e devo dire che ero anche piuttosto bravo infatti giocavo nel ruolo di attaccante e, assieme al mio compagno di squadra, eravamo soprannominati i “gemelli del gol” come gli allora Pulici e Graziani. Poi, tramite la scuola, iniziai a partecipare ai Giochi della gioventù e fu allora che la mia professoressa di educazione fisica mi portò a Palermo, assieme ad altri miei compagni, per fare il provino con Gaspare Polizzi che, appena mi vide, rimase folgorato dalle mie capacità atletiche. Lo ricordo bene quel giorno. Polizzi si avvicinò a me e mi chiese di fare un test sui 1000m. Quel chilometro lo corsi in 3’23’’. A quel punto lui non mi mollò e mi chiese di fare un secondo test ma questa volta sui 2000m. Io accettai a patto che poi mi lasciasse tornare a casa dai miei genitori. Lui annuì ma dentro di sé sapeva già che sarei potuto diventare il numero uno. I 2000m li corsi in 5’50’’.
Dieci giorni dopo, Giacomo Polizzi si presentò a casa mia per parlare con i miei genitori. Chiese loro il permesso di allenarmi proponendomi il tesseramento al CUS di Palermo. Voleva fare di me un campione.”

Da quel momento hai intrapreso una vita fatta di allenamento e sacrifici non solo fisici ma anche economici.
“Per me quello fu un periodo molto difficile. Eravamo una famiglia numerosa e i soldi in casa erano pochi. Ogni giorno prendevo il pullman che dal paese mi portava a Palermo e ogni tanto cercavo qualche passaggio per ritornare a casa. Fu un periodo di grandi sacrifici per me e per i miei genitori ma furono anche anni in cui ebbi la fortuna di conoscere quel gruppo di ragazzi eccezionali che erano i miei compagni di squadra.”

Gli allenamenti, i sacrifici e le tue grandi doti, ti portarono subito ad ottenere grandi risultati e il nome “Antibo” iniziò a farsi strada tra i grandi palcoscenici internazionali.
Già dopo la prima gara juniores approdai alla serie A della Nazionale e fui ingaggiato dalle Fiamme Oro entrando così nella polizia. A 22 anni partecipai alle Olimpiadi di Los Angeles e arrivai 4° nella finale dei 10000m. Quella fu una gara molto sfortunata perché molto probabilmente sarei stato da podio ma commisi l’errore di correre con un paio di scarpe nuove mai usate prima. Ricordo che dopo la semifinale avevo i piedi disastrati e, nonostante cercassi di asciugarli al sole, pagai le loro pessime condizioni durante la finale, classificandomi appunto al quarto posto.”

Dopo quell’esordio “sfortunato” però, ti sei rifatto con gli interessi diventando il numero uno al mondo. Furono gli anni di una generazione di fenomeni per l’atletica italiana.
“L’Italia doveva essere orgogliosa di quella grandissima squadra formata da un gruppo di atleti e di uomini formidabili. C’eravamo io, il capitano Alberto Cova, Stefano Mei, Gelindo Bordin (anche se correva altre distanze), Gennaro Di Napoli, Francesco Panetta, Alessandro Lambruschini eravamo i migliori del mondo.
L’Italia mi ha amato e mi ama ancora tanto e questo mi riempie di gioia perché quello che ho fatto è stato importante. Il nome di Salvatore Antibo era conosciuto in tutto il mondo e per tutti ero “l’africano bianco” un ulteriore motivo di orgoglio per me. Eravamo i più forti anche se da lì a pochi anni sarebbe arrivata l’egemonia africana a fare man bassa di medaglie in tutte le manifestazioni internazionali. Loro hanno un grande vantaggio, si allenano in altura a 1500/2000m e ricordo che io, per fare altrettanto, mi allenavo al Sestriere in modo da aumentare la resistenza.”

Tante gare, tante emozioni vissute e regalate al grande pubblico. Qual è il tuo ricordo più bello, quale gara ti è rimasta nel cuore?
“Tutte. Le gare sono state tutte straordinarie ed indimenticabili. Sarei banale se dicessi che la doppietta di Spalato è stata tra le più emozionanti, quella è stata leggendaria e fui uno dei pochi atleti al mondo a vincere 5000 e 10000m nella stessa manifestazione. Poi ricordo quei fantastici 10000m di Oslo, anche se arrivai secondo la battaglia in pista con Skah resta ancora oggi uno dei finali più belli ed emozionanti nella storia dell’atletica.
Nel 1989 fui invitato ad un meeting di atletica a Bruxelles assieme ai più forti atleti del mondo. L’organizzazione ci aveva riuniti perché facessimo registrare il nuovo record del mondo dei 10000m ma invece di trovare collaborazione durante la gara, corsero tutti con il freno a mano tirato e mi lasciarono da solo. Avevano paura di me. L’unico che fece la corsa con me fu Ngugi che mi diede il cambio più volte, ma non bastò e nonostante fossi arrivato primo, non riuscii ad infrangere il record del mondo.
Quella gara però fu sintomatica perché mi dimostrò che l’uomo da battere a livello mondiale ero io.”

Eri l’uomo da battere, il numero uno. Assieme a te una generazione di fenomeni che sembra irripetibile anche alla luce degli ultimi risultati della nostra atletica nazionale a livello mondiale. Perché questo declino secondo te e soprattutto, nascerà un nuovo Antibo?
“Perché purtroppo i giovani non hanno voglia di soffrire e di fare sacrifici, quelli che richiede questo sport. Quando entrano nelle società militari perdono la fame di successo, si sentono arrivati e perdono la voglia di lottare. Le società militari in questo non hanno colpe, anzi, aiutano l’atleta a crescere sportivamente, ma sta ai giovani trovare poi le motivazioni giuste.
Io rinunciai al posto fisso in polizia perché volevo correre per la squadra che mi aveva cresciuto, il CUS di Palermo.
Ricordo che quando decisi di andarmene dalla polizia, Polizzi andò a parlare con i miei genitori perché voleva che mi facessero cambiare idea. Avrei rinunciato ad uno stipendio sicuro, era da pazzi! Io però risposi che volevo diventare il numero uno e che volevo che le mie vittorie fossero per la mia prima squadra, per quel gruppo di ragazzi con cui avevo condiviso tanti allenamenti e che, se non mi avessero assecondato, non avrei corso più. Non me ne fregava niente dello stipendio, del posto fisso, dei soldi. In realtà dei soldi non me ne è mai fregato niente. Io ho sempre corso per passione e per tutta la gente che mi ha voluto bene. Forse è proprio questa passione e questa disponibilità al sacrificio che manca alle nuove generazioni.
Spero che prima o poi il mio primato venga battuto e che tra i tanti giovani atleti italiani nasca il nuovo Antibo.

La tua vita è stata costellata di grandi vittorie ma anche di decisioni controcorrente e di grandi sacrifici. Il più grande di questi è stato sicuramente quello di rinunciare a correre a causa della tua malattia.
“Come tutti sanno, da molti anni soffro di epilessia. Fino al 1991 questa malattia non si era mai manifestata ma quando decise di rivelarsi, lo fece nel modo più crudele.
Tokyo 1991, 10000m. Stavo correndo bene e tutto stava andando come mi ero prefissato. Ero in testa e stavo controllando la gara in attesa di cogliere l’attimo giusto per attaccare come facevo di solito. All’improvviso il buio. Mi ritrovai ultimo senza capire cosa stesse succedendo. L’arrivo fu drammatico, fui addirittura doppiato dai primi. Al termine della gara fui preso d’assalto dai giornalisti ma non riuscivo a dare alcuna spiegazione. Solo in seguito ai controlli che feci capii: attacco epilettico. Non ci potevo credere.
I medici mi dissero che tutto nasceva da un trauma che subii a 3 anni quando entrai in coma e che questo mi aveva danneggiato una parte del cervello. La malattia restò “dormiente” per molti anni fino ad un secondo trauma che subii nel 1989, a seguito di un incidente automobilistico in cui sbattei violentemente la testa.
Immediatamente chiesi al mio allenatore cosa avrei dovuto fare e lui mi mise di fronte alla dura realtà. Mi disse che dovevo dichiarare la malattia e che a quel punto non sarei più stato il numero uno per via di tutti i farmaci che avrei dovuto prendere da lì in avanti.
Ero shoccato e arrabbiato, soprattutto con i medici ai quali però poi chiesi scusa, perché in fondo con il loro lavoro mi stavano salvando la vita.”

Da quel momento è iniziata un’altra vita per te, lontana da quelle piste che hai tanto amato e che ti hanno regalato tante gioie sportive.
“Era normale che la vita dovesse andare avanti e che la Federazione si dovesse concentrare su altri atleti, ma io mi trovai sbalzato dall’essere al centro dell’atletica mondiale, al dover affrontare da solo la malattia. Lo percepii come un abbandono. Poi il CONI provinciale fece la richiesta affinchè mi fosse dato il vitalizio per meriti sportivi e nel 2005 la Federazione me lo riconobbe. Mi riconciliai con quel mondo non per i soldi (pochi euro l’anno ndr.), ma perché si erano ricordati di quello che ero stato per l’Italia.”

Di certo gli italiani e i tutti gli appassionati non ti hanno mai dimenticato e rivivono sempre con grande partecipazione e affetto le tue imprese indimenticabili. Prima di lasciarci, cosa vuoi dire a tutte queste persone?
“Purtroppo la mia malattia mi ha costretto ad abbandonare presto. Il mio rimpianto è quello di non aver continuato la carriera come sta facendo ad esempio Mo Farah, cioè misurandomi in mezza maratona e maratona, ma la vita è andata in questo modo.
Quello che posso dire a tutte le persone che mi scrivono e mi ricordano è semplicemente grazie. Il loro affetto ancora così vivo nei miei confronti mi riempie il cuore e a tutti dico che sono sempre con loro. Anche se ora sono malato, sono sempre quel ragazzo che correva per l’Italia e per la sua gente, per tutti quanti io sarò sempre Totò.”

…e noi ti vorremo sempre bene Campione, per tutto quello che ci hai regalato. Vai Totò!

Written by Frank
BROStoRUN
TAGS: campioni

COMMENTI: