30/01/2016

DA SOGNO A REALTA': la mia Maratona di New York

Non sono un’atleta, non sono giovane, non sono una sportiva.
Ho iniziato a correre per confrontarmi con me stessa, per avere un giorno qualcosa di speciale da raccontare ... perché in fondo ho sempre sognato di partecipare alla Maratona di New York, anche se ancora non lo sapevo.

LA GRANDE SFIDA

Nel febbraio del 2015 ho prenotato il pettorale per la Grande Mela con una buona dose d’incoscienza e tanto entusiasmo. Da lì in avanti è stato un crescendo: le tabelle si sono succedute ad altre tabelle, mese dopo mese: allunghi, ripetute, lunghi, lunghissimi.Per rinforzare i muscoli ho curato l’alimentazione e mi sono cimentata in addominali e squat.
Sudore, gioia, soddisfazione, ma anche paura di non farcela, di non essere all’altezza.
Non ho mai mollato, forte dei miei progressi e della voglia di riuscire.
Il 1 Novembre 2015 alla fine arriva ed io mi trovo sulla rampa del ponte di Verrazzano ad affrontare con la gioia nell'anima la prima salita di questo lungo percorso.
Poco più di quattro chilometri prima di arrivare a Brooklyn ed affrontare l'ignoto: il bagno di folla del popolo newyorkese che ci accompagnerà da qui a Manhattan.
Nonostante tutto, il boato mi sorprende: uomini, donne, bambini, vecchi, bande musicali, cori gospel, gruppi rock.
"Go Paola, go", leggono il mio nome sulla maglia.
I bambini mi chiedono il cinque "Give me five".
Gli adulti gridano "Ciao Italia".
Mi guardo in giro e corro.
Non mi fermo. Mantengo il mio passo.
Di tanto in tanto guardo il cronometro: gambe e mente perfettamente in sintonia attraverso il mio Garmin. Voglio mantenere un'andatura costante e ogni mezzora riaggiusto il tiro: rallento se sto andando un po' troppo forte; accelero se sono un po' sotto la media che mi sono data; quarantadue chilometri sono tanti e voglio correrli tutti.

A META' STRADA

Arrivo al traguardo della mezza; me ne accorgo perché gli altri davanti a me alzano le braccia in un urlo unanime e liberatorio: fin qui è fatta, siamo a metà strada.
Dopo 24 km si avvicina il temuto Queensboro Bridge: circa 800 m in salita. Questo è l'unico tratto dove non c'è pubblico. Dopo tanto vociare siamo circondati dal silenzio: posso sentire il respiro affannoso di chi mi corre a fianco e il rumore dei miei passi sull’asfalto. Tanti camminano fin dai primi metri, alcuni si fermano a fare stretching, altri cominciano a cedere e li vedo vomitare appoggiati alle strutture in ferro.
Rallento. Gli allenamenti in salita sul Carso hanno aiutato, ma è comunque faticoso. Sfioro gli 8' a chilometro, ma ormai sto per arrivare in cima ed ecco che all'improvviso comincia la discesa: mollo, felice di avere superato quello che è uno dei punti più critici della gara.
La gioia mi fa aumentare la velocità: quando esco dal ponte il fragore del pubblico è enorme e le gambe volano da sole.
Siamo a Manhattan: inizia la First Avenue.

LA FIRST AVENUE

Da qui in avanti ci sono ancora più folla, più tifo, più colori.
La gente non smette di incitare; talvolta si rivolge proprio a me e mi chiama per nome e io non capisco perché stiano chiamando proprio me, ma è così ed è bellissimo che sia così: e allora saluto, alzo le braccia, faccio segno che tutto è ok e corro, corro, corro!
Guardo l'orologio: sono partita da tre ore, impossibile! Il tempo è trascorso troppo in fretta: tre ore di gioia e di divertimento senza sentire la minima fatica, semplicemente felice di essere lì.
La First Avenue sembra non finire mai: cinque chilometri di saliscendi, ma non li avverto: sono troppo concentrata ad ascoltare il mio corpo che per fortuna continua a rispondere bene.

IL MURO

Mi sto avvicinando al "muro" del trentesimo chilometro. La gente lo sa e, se possibile, ci sostiene ancora di più: offre pezzi di cioccolata e di banana; un signore distinto regge un vassoio pieno di caramelle; una ragazza tende una scatola di kleenex: tutti vogliono dare il loro contributo. Non mi fermo, mi basta l'acqua dei ristori ufficiali: uno sì ed uno no; il primo sorso per sciacquare la bocca, il secondo per bere. Unica concessione un integratore di malto più carbo gel al ventinovesimo chilometro per riequilibrare le scorte di carboidrati.
Finisco la First Avenue, attraverso il Bronx e poi Haarlem. Da qui non mi resta che raggiungere Central Park e sono arrivata.

L'EMOZIONE PIU' GRANDE

Al trentaseiesimo mi vengono in mente le parole del mio allenatore: "Quando arrivi al trentaseiesimo chilometro, massimo al trentottesimo, dai tutto quello che puoi: non risparmiare perché non ha più senso".
Sono passate quattro ore: ho corso nove chilometri ogni ora, costanti. Provo ad accelerare; recupero 16" nel trentasettesimo, ma li riperdo nel trentottesimo perché impegno un'altra lenta salita e le gambe cominciano ad essere più stanche della mia mente.
Sono dentro Central Park; ho oltrepassato la linea del 25° miglio; cerco di spingere ancora.
C'è troppa gente e non riesco a passare, ma recupero qualche secondo.
Corro in mezzo a due ali di folla; adesso al bordo della strada ci sono le bandiere di tutti gli stati: poche decine di metri, forse duecento.
Non vedo l'arrivo. Non vedo niente: solo la strada mezzo metro davanti ai miei piedi.
E' il momento di prendere la mia bandiera. Me la sono avvolta intorno alla vita stamattina alle cinque e lì e rimasta. Mentre affrontavo gli ultimi sforzi ha cominciato a scivolare perché il nodo era diventato troppo largo: segno inequivocabile della mia fatica ... ma adesso la sto sciogliendo. La sollevo sopra le spalle. Corro gli ultimi metri e attraverso il traguardo.
Ce l’ho fatta!

Written by Paola per BROS to RUN

Il sogno di Paola lo trovate su www.sognandonewyork.it

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