06/02/2016

METTI UNA SERA D'INVERNO

Abito nella periferia ad Est di Udine ed ho a disposizione parecchi km che si prestano alle uscite invernali, strade in cui mi sento sicura anche le sere in cui esco da sola, come oggi. Arrivata dal lavoro mi cambio velocemente, resistendo a Bramante che col suo strusciarsi e miagolare mette a dura prova i miei sensi di colpa per averlo lasciato solo tutto il giorno. Esco e l’aria fredda mi fa rabbrividire, mi vesto sempre il minimo indispensabile quindi, per non congelare, parto pronti via.

SOSPESI NEL TEMPO E NELLO SPAZIO


I primi minuti sono di solito sempre faticosi, un po’ per via del fiato e un po’ perché al primo km passo davanti ad una bella osteria col cortiletto e c’è sempre qualcuno col bicchiere di rosso e la cicca e se li gode entrambi. Si lo so, sto bestemmiando, però dai ammettiamolo, si diventa un pelino pigne noi podisti.
Con mio marito abbiamo ribattezzato molte delle vie che percorriamo: lui non si ricorda mai i nomi mentre invece i “soprannomi” quelli no, non gli scappano mai.
Un po’ più avanti dell’osteria c’è Via Che Ci Piace: è una stradina stretta, a forma di “esse”, che attraversa i campi e non è illuminata. Stasera c’è una bella luna piena e l’asfalto è di color grigio argento, sembra di correre sospesi su un nastro impalpabile ad un metro da terra. Se la luna manca allora si corre alla cieca, come riferimento le luci in lontananza, ma conosco ogni metro e non ho bisogno di vedere dove metto i piedi, la sagoma dei gelsi mi fa da guida (devo solo stare attenta a non beccarmi un ramo nell’occhio). In ogni caso ha qualcosa di magico, non sono neanche 400 metri ma mi piace così tanto che la percorrerei anda e rianda all’infinito. Come quei due “pazzi scatenati” Javi Conde e Jon Salvador che nel 2012 hanno corso una maratona sopra la passerella del Puente Colgante di Bilbao, lunga credo 150 metri circa per… quante volte?


Adesso sono in Via dell’asilo di Tommaso, non passa una macchina. Un po’ m’inquieta la mia ombra che si affianca e mi sorpassa quando passo sotto ad un lampione, mi sa che ho visto troppi CSI. Incrocio una giovane coppia uscita per una camminata a passo veloce. Che stiano correndo o camminando svelti, i ragazzi e le ragazze che incontro suscitano in me sempre una certa emozione. Sono belli da vedere ma soprattutto mi piace pensare alla continuazione di questo sport attraverso di loro.
Quattro km e sono in Via Centocani, facile indovinare perché l’abbiamo chiamata così. Prime case e parte il peloso che mi fa saltare dallo spavento abbaiandomi contro attraverso le sbarre del suo cortile, dando il “la” ai suoi simili così che fino alla fine della strada è tutto un latrare. Oggi mi sa che preferiscono stare al calduccio…
In fondo a via Centocani si oltrepassa la rotonda, si attraversa (tassativamente sulle strisce pedonali) e indietro a risalire. Matematico che qui arriva la prima piccola crisi e stasera non faccio eccezione, dura esattamente fino alla “Rotonda sul bar”, lì di solito mi ripiglio.

Ancora poco più di un km e mi trovo in Via Crucis. Questa qui le ha tutte: è gobba e in salita, i marciapiedi sono impraticabili per via delle radici degli alberi che hanno divelto il manto, la luce smunta dei lampioni si riversa solo sulla carreggiata. Ed è lì che corro, tenendomi il più a sinistra possibile. La detesto così tanto che sono arrivata al punto di calcolare quante macchine vi sono solitamente parcheggiate (circa 40) e quando ci passo le conto, anzi, le conterei se non perdessi il filo ogni volta. Il vero problema è che qui mi pianto. Le articolazioni sono ingessate, le gambe diventano pesantissime, come quando in palestra correvamo coi pesetti alle caviglie. Settecento metri di passione, la Via Crucis appunto. Devo stare attenta a non ingobbirmi e mantenere rotonda la corsa.

Per rimanere in tema religioso, come imbocco Via Boiachimolla avviene il miracolo. Mi si sciolgono le gambe e divento quel maratoneta del video che i BROS hanno pubblicato qualche giorno fa. So che manca un chilometro e mezzo a casa e quindi devo alzare il tiro perché mi hanno insegnato che nel finale devi tirare fuori tutto quello che hai e anche di più.
Via di Casa ovvero della progressione: tre rettilinei da percorrere ognuno più veloce del precedente, fino all’ultimo lampione in fondo alla strada. Quando mi fermo, se c’è qualcuno in giro, mi piego in avanti con le mani sulle cosce tanto per fare un po’ di scena.

Ecco adesso sono soddisfatta e cammino fin sotto casa, prima di salire però qualche minuto di stretching per prolungare questa sensazione di onnipotenza, tanto chi lo sente più il freddo.

Written by Rita per BROS to RUN

COMMENTI: